la terapia analitica

Lezione 28

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Table of Contents

VOLUME SECONDO - PRIMA SERIE DI LEZIONI

Parte terza
TEORIA GENERALE DELLE NEVROSI





Lezione 28

LA TERAPIA ANALITICA





Signore e Signori, sapete già l'argomento di cui parleremo oggi. Mi avete chiesto perché nella terapia psicoanalitica non ci serviamo della suggestione diretta, dal momento che ammettiamo che la nostra influenza é basata essenzialmente sulla traslazione, ossia sulla suggestione; e a questo avete riallacciato il dubbio se, considerato un simile predominio della suggestione, possiamo ancora renderci garanti dell'obiettività delle nostre scoperte psicologiche. Ho promesso di darvi in merito una risposta esauriente. Suggestione diretta significa suggestione rivolta contro la manifestazione dei sintomi, significa lotta tra la vostra autorità e i motivi della malattia. Nella lotta non vi curate di questi motivi, ma dall'ammalato pretendete soltanto che ne reprima la manifestazione in sintomi. In linea di principio non fa differenza alcuna se l'ammalato é da voi trasposto in stato ipnotico o no. Ancora una volta Bernheim, con l'acutezza che lo distingue, sostiene che nei fenomeni di ipnotismo la suggestione é l'essenziale, che l'ipnosi stessa é già un risultato della suggestione, uno stato suggerito, e ha esercitato di preferenza la suggestione nello stato vigile, suggestione che può ottenere gli stessi effetti di quella in ipnosi. Che cosa volete anzitutto ascoltare a questo proposito: ciò che dice l'esperienza o le considerazioni teoriche? Cominciamo con la prima. Io fui allievo di Bernheim, che andai a trovare a Nancy nel 1889 e di cui tradussi in tedesco il libro sulla suggestione. Esercitai per anni il trattamento ipnotico, dapprima con suggestione inibitoria, più tardi combinata col metodo breueriano di esplorazione del paziente. Posso quindi parlare dei risultati della terapia ipnotica o suggestiva sulla scorta di una buona esperienza. Se, stando a un antico detto medico, una terapia ideale ha da essere rapida, sicura e non spiacevole per l'ammalato, il metodo di Bernheim rispondeva certamente a due di questi requisiti.

Si poteva eseguire in modo molto più rapido, anzi infinitamente più rapido, di quello analitico e non comportava per l'ammalato né fatica né inconvenienti. Per il medico alla lunga diventava... monotono: proibire in ogni caso e allo stesso modo, con il medesimo cerimoniale, ai più svariati sintomi di esistere, senza poter afferrare qualcosa del loro senso e della loro importanza, era un lavoro artigianale, non un'attività scientifica, e ricordava la magia, l'esorcismo e l'abracadabra; ma questo naturalmente non contava di fronte all'interesse dell'ammalato. Il terzo requisito gli mancava; il procedimento non era sicuro sotto nessun profilo. In una persona poteva essere applicato, nell'altra no; in un caso si otteneva molto, nell'altro pochissimo, e non si sapeva mai il perché. Peggiore di questa precarietà del procedimento era il fatto che i risultati non duravano. Se dopo qualche tempo si tornava ad avere notizia degli ammalati, si apprendeva che la vecchia sofferenza era ricomparsa, oppure era stata sostituita da una nuova. Si poteva riprendere l'ipnosi.

Nello sfondo, c'era l'ammonimento pronunciato da fonti esperte a non privare gli ammalati della loro indipendenza con la frequente ripetizione dell'ipnosi e a non abituarli a questa terapia come a un narcotico. E' pur vero che talvolta la cosa riusciva secondo i desideri, e dopo pochi sforzi si aveva un successo pieno e duraturo. Ma le condizioni che avevano determinato un esito così favorevole rimanevano sconosciute. Una volta mi accadde che uno stato grave, che avevo eliminato del tutto grazie a un breve trattamento ipnotico, ritornò immutato dopo che la malata se l'era presa con me senza che ne avessi colpa; dopo la riconciliazione feci sparire di nuovo il disturbo e molto più radicalmente; esso riapparve tuttavia allorché la paziente ruppe i rapporti con me per la seconda volta. Un'altra volta mi successe che una malata, da me ripetutamente aiutata con l'ipnosi a uscire da stati nervosi, durante il trattamento di un accesso particolarmente ostinato mi gettò improvvisamente le braccia al collo. Dopodiché chiunque si sarebbe sentito costretto a occuparsi, che lo volesse o no, del problema riguardante la natura e la provenienza della propria autorità suggestiva.

Fin qui le esperienze. Esse ci mostrano che rinunciando alla suggestione diretta non abbiamo perso nulla che sia insostituibile. Consentitemi ora di riallacciare a tutto questo alcune considerazioni. L'esercizio della terapia ipnotica implica una prestazione irrilevante sia da parte del paziente che del medico. Questa terapia s'accorda perfettamente con la valutazione delle nevrosi che ancor oggi dà la maggior parte dei medici. Il medico dice al nervoso: "Lei non ha nulla, é solo un fatto nervoso, e perciò sono in grado di liberarla dai suoi guai con due o tre parole in pochi minuti". Ripugna però alla nostra mentalità energetica l'idea che sia possibile muovere con uno sforzo esiguo un grosso peso, affrontandolo direttamente e senza l'aiuto esterno di strumenti adatti. Nella misura in cui due situazioni sono confrontabili, l'esperienza insegna che tale prodezza non può riuscire nemmeno nelle nevrosi. Ma so che questo argomento non é inattaccabile; esistono anche le "reazioni a catena". Alla luce della conoscenza ricavata dalla psicoanalisi possiamo descrivere la differenza fra la suggestione ipnotica e quella psicoanalitica nel seguente modo: la terapia ipnotica cerca di ricoprire e mascherare qualcosa nella vita psichica, quella analitica di mettere allo scoperto e di allontanare qualcosa. La prima opera come una cosmesi, la seconda come una chirurgia. La prima utilizza la suggestione per proibire i sintomi, rafforza le rimozioni, ma per il resto lascia immutati tutti i processi che hanno condotto alla formazione dei sintomi.

La terapia analitica penetra molto più alle radici, là dove sono i conflitti dai quali sono scaturiti i sintomi, e si serve della suggestione per modificare l'esito di questi conflitti. La terapia ipnotica lascia il paziente inattivo e immutato e perciò anche, ugualmente, privo di resistenza di fronte ad ogni nuova occasione di ammalarsi. La cura analitica impone tanto al medico quanto al malato un lavoro pesante, che viene utilizzato per abolire le resistenze interne. Con il superamento di queste resistenze la vita psichica del malato viene mutata permanentemente, elevata a un grado superiore di sviluppo, e preservata da nuove possibilità di malattia. Questo lavoro di superamento é la funzione essenziale della cura analitica; il malato deve compierlo e il medico glielo rende possibile con l'ausilio della suggestione, operante nel senso di una educazione. Perciò si é anche detto a ragione che il trattamento psicoanalitico é una sorta di POST- EDUCAZIONE. Spero di avervi reso chiaro in che cosa il nostro modo di impiegare terapeuticamente la suggestione differisce dall'unico suo impiego possibile nella terapia ipnotica. Riconducendo la suggestione alla traslazione comprendete anche l'imprevedibilità che abbiamo notato nella terapia ipnotica, mentre quella analitica resta, nei suoi limiti, qualcosa su cui si può fare affidamento. Nell'applicare l'ipnosi dipendiamo dalla capacità di traslazione del malato, senza poter esercitare alcuna influenza su di essa. La traslazione dell'ipnotizzando può essere negativa o, come avviene nella maggior parte dei casi, ambivalente, oppure egli può essersi protetto dalla sua traslazione mediante particolari atteggiamenti; di ciò noi non veniamo a sapere nulla. Nella psicoanalisi lavoriamo sulla traslazione stessa, sciogliamo ciò che le si oppone, mettiamo a punto lo strumento con il quale intendiamo operare. Così ci diviene possibile trarre un profitto interamente diverso dal potere della suggestione; questo potere lo teniamo in pugno. Non é l'ammalato a suggerirsi da solo quello che gli piace, ma siamo noi a guidarne la suggestione, ammesso che egli si riveli accessibile all'influsso di quest'ultima.

Ora direte che, indipendentemente dal nome che vogliamo dare alla forza motrice della nostra analisi, sia esso traslazione o suggestione, esiste il pericolo che influenzare il paziente renda dubbia la sicurezza obiettiva delle nostre scoperte. Ciò che va a vantaggio della terapia, andrebbe a scapito dell'indagine. E' l'obiezione che é stata più frequentemente sollevata contro la psicoanalisi, e si deve ammettere che, pur non essendo centrata, non si può rifiutarla come insensata. Tuttavia, se tale obiezione fosse giustificata, la psicoanalisi non sarebbe altro che un tipo particolarmente ben camuffato, particolarmente efficace di trattamento suggestivo, e noi potremmo prendere alla leggera tutte le sue asserzioni sugli influssi cui siamo soggetti nella vita, sulla dinamica psichica e sull'inconscio. Così la pensano in effetti i nostri oppositori; in particolare, tutto quanto si riferisce all'importanza delle esperienze sessuali, se non addirittura queste esperienze stesse, sarebbe stato da noi "dato a intendere" agli ammalati dopo che tali elucubrazioni si sono sviluppate nella nostra fantasia depravata. La confutazione di queste accuse riesce più facile facendo appello all'esperienza che non con l'aiuto della teoria. Chi ha eseguito personalmente delle psicoanalisi, ha potuto convincersi innumerevoli volte che é impossibile suggestionare il malato in questo modo. Non che sia difficile farlo diventare seguace di una certa teoria e renderlo così partecipe di un eventuale errore del medico. In ciò il paziente si comporta come chiunque altro, come qualsiasi allievo; ma in tal modo si é influenzata solo la sua intelligenza, non la sua malattia. La soluzione dei suoi conflitti e il superamento delle sue resistenze riesce solo se gli sono state date quelle rappresentazioni anticipatorie che concordano con la realtà che é in lui. Ciò che era inesatto nelle supposizioni del medico viene a cadere nel corso dell'analisi, e va quindi ritirato e sostituito con qualcosa di più giusto. Per mezzo di una tecnica accurata si cerca di impedire che la suggestione ottenga provvisoriamente ciò che vuole; ma se ciò si verifica non c'é da preoccuparsene, poiché nessuno si accontenta del primo successo. Non riteniamo terminata l'analisi se non sono state chiarite tutte le oscurità del caso, colmate le lacune della memoria, scoperte le occasioni in cui sono avvenute le rimozioni. Nei successi che subentrano troppo presto scorgiamo piuttosto ostacoli che incoraggiamenti al lavoro analitico, e distruggiamo nuovamente questi successi, dissolvendo di continuo la traslazione sulla quale sono basati. In fondo, é quest'ultimo tratto che distingue il trattamento analitico da quello puramente suggestivo e libera i risultati analitici dal sospetto di essere successi dovuti a suggestione. In ogni altro trattamento suggestivo la traslazione viene accuratamente risparmiata, lasciata intatta; in quello analitico é essa stessa oggetto del trattamento, e viene scomposta in ognuna delle sue forme. A conclusione di una cura analitica, la traslazione stessa deve essere demolita, e se a questo punto il successo subentra o si rivela duraturo, esso non é basato sulla suggestione, bensì sul fatto (realizzatosi con il suo aiuto) di aver superato le resistenze interne, sul cambiamento interno provocato nel paziente. Contro l'instaurarsi di suggestioni singole agisce certamente il fatto che durante la cura dobbiamo lottare ininterrottamente contro resistenze che sono capaci di trasformarsi in traslazioni negative (ostili). C'é un altro fatto che non dobbiamo trascurare, e cioè che un gran numero di singoli risultati dell'analisi che potrebbero sembrare prodotti della suggestione, trovano altrove una conferma ineccepibile. Ci sono garanti, in questo caso, i dementi e i paranoici, i quali, ovviamente, non possono neanche lontanamente essere sospettati di subire l'influsso della suggestione. Le traduzioni di simboli e le fantasie che questi malati ci vengono a raccontare, essendosi aperte la strada fino alla loro coscienza, coincidono fedelmente con i risultati delle nostre indagini sull'inconscio dei nevrotici di traslazione e convalidano così l'obiettiva correttezza delle nostre interpretazioni, spesso messe in dubbio. Credo che non andate errati se concedete la vostra fiducia all'analisi su questi punti.

Completerò ora il mio quadro del meccanismo della guarigione rivestendolo delle formule della teoria della libido. Il nevrotico é incapace di godere e di agire; é incapace di godere perché la sua libido non é rivolta verso alcun oggetto reale, é incapace di agire perché deve spendere gran parte della propria energia per mantenere rimossa la libido e premunirsi contro il suo assalto. Egli guarirebbe se il conflitto fra il suo Io e la sua libido avesse termine e il suo Io ritornasse a disporre della sua libido. Il compito terapeutico consiste quindi nello sciogliere la libido dai suoi legami attuali sottratti all'Io e nell'asservirla di nuovo all'Io. Ma dove si é cacciata la libido del nevrotico? Si fa presto a trovarla: é legata ai sintomi, che le garantiscono l'unico soddisfacimento sostitutivo possibile al momento. Si deve quindi diventare padroni dei sintomi, risolverli ed é proprio quello che il malato esige da noi. Per sciogliere i sintomi diventa indispensabile risalire fino alla loro origine, rinnovare il conflitto dal quale sono scaturiti e, con l'aiuto di quelle forze motrici che a suo tempo non erano disponibili, indirizzarlo verso uno sbocco diverso. Questa revisione del processo che ha portato alla rimozione può essere compiuta solo in parte in base alle tracce mnestiche di quanto é avvenuto nel passato. La parte decisiva del lavoro consiste nel ricreare, all'interno del rapporto con il medico, cioè della "traslazione", nuove edizioni di quei vecchi conflitti in relazione ai quali l'ammalato vorrebbe comportarsi come si é sopportato a suo tempo, mentre invece lo si costringe a decidersi altrimenti, chiamando a raccolta tutte le forze psichiche in lui disponibili. La traslazione diventa dunque il campo di battaglia nel quale sono destinate a incontrarsi tutte le forze in lotta tra loro. Tutta la libido, come pure ogni cosa che ad essa si oppone, viene concentrata su quest'unico rapporto con il medico, sicché é inevitabile che i sintomi vengano spogliati della libido. Al posto della malattia propria del paziente subentra quella, artificialmente prodotta, della traslazione, la malattia di traslazione; al posto dei più svariati oggetti libidici irreali, subentra l'unico oggetto, pure fantastico, della persona del medico. Con l'aiuto della suggestione del medico, la nuova lotta intorno a questo oggetto viene però innalzata al più alto livello psichico, si svolge come un conflitto psichico normale. Con l'evitare una nuova rimozione si pone fine all'estraniamento tra l'Io e la libido e si ripristina l'unità psichica della persona. Quando la libido torna a staccarsi dall'oggetto temporaneo, ossia dalla persona del medico, non può ritornare ai suoi oggetti precedenti, ma rimane a disposizione dell'Io. Le forze contro cui si é combattuto durante questo lavoro terapeutico sono, da una parte, l'avversione dell'Io manifestatasi come tendenza alla rimozione - per determinati orientamenti libidici, e dall'altra, la caparbietà o viscosità della libido, che non abbandona volentieri gli oggetti una volta che li ha investiti. Il lavoro terapeutico si scompone quindi in due fasi: nella prima tutta quanta la libido, tolta ai sintomi, viene spinta nella traslazione e ivi concentrata, nella seconda viene condotta la lotta intorno a questo nuovo oggetto, finché la libido non viene liberata da esso. Il mutamento che determina l'esito favorevole é, in questo rinnovato conflitto, l'esclusione della rimozione, per cui la libido non può più sottrarsi all'Io con la fuga nell'inconscio. Ciò é reso possibile dall'alterazione che nell'Io si effettua sotto l'influsso della suggestione del medico. Attraverso il lavoro interpretativo, che trasforma in conscio ciò che é inconscio, l'Io viene ingrandito a spese di questo inconscio; attraverso l'insegnamento, viene reso conciliante verso la libido e incline a concederle un qualche soddisfacimento, e il suo orrore di fronte alle richieste della libido viene ridotto dalla possibilità di liquidarne una parte mediante la sublimazione. Quanto più ciò che avviene nel trattamento coinciderà con questa descrizione ideale, tanto più grande sarà il successo della terapia analitica. Esso trova un ostacolo nella mancanza di mobilità della libido, che può rifiutarsi di abbandonare i suoi oggetti, e nella rigidità del narcisismo, che non permette alla traslazione oggettuale di svilupparsi al di là di un certo limite. Forse può servire a chiarire ulteriormente la dinamica del processo di guarigione il far notare che noi catturiamo tutta quanta la libido che é stata sottratta al dominio dell'Io attirandone una parte su noi stessi mediante la traslazione. Non é fuor di luogo avvertire che non é lecito trarre alcuna conclusione diretta sulla collocazione della libido durante la malattia, da come essa si é ripartita durante e in seguito al trattamento. Supposto che siamo riusciti a portare felicemente a termine il caso, creando prima e dissolvendo poi una forte traslazione paterna sul medico, sarebbe errato dedurne che l'ammalato abbia sofferto in precedenza di un simile attaccamento inconscio al padre. La traslazione paterna é solo il campo di battaglia sul quale ci impadroniamo della libido, la libido dell'ammalato é stata ivi convogliata da altre posizioni. Questo campo di battaglia non necessariamente coincide con una delle principali roccaforti del nemico così come non occorre che la difesa della più importante città nemica avvenga proprio davanti alle sue porte. Soltanto dopo che si é dissolta la traslazione, si può ricostruire mentalmente il modo in cui la libido era ripartita durante la malattia.

Dal punto di vista della teoria della libido possiamo ancora dire un'ultima parola sul sogno. I sogni dei nevrotici ci servono, come i loro atti mancati e le loro libere associazioni, a scoprire il senso dei sintomi e la collocazione della libido. Essi ci mostrano, sotto forma di appagamenti di desiderio, quali impulsi di desiderio sono caduti in preda alla rimozione e a quali oggetti si é legata la libido sottratta all'Io. L'interpretazione dei sogni ha perciò nel trattamento psicoanalitico una grande funzione e, in alcuni casi, é per lunghi periodi il mezzo più importante d'indagine. Sappiamo già che lo stato di sonno provoca di per sé un certo cedimento delle rimozioni. Grazie a questa attenuazione del peso che lo opprime, l'impulso rimosso riesce a procurarsi nel sogno un'espressione molto più chiara di quella che il sintomo può consentirgli durante il giorno. Lo studio del sogno diventa così la più agevole via d'accesso alla conoscenza dell'inconscio rimosso, al quale appartiene la libido sottratta all'Io. I sogni dei nevrotici, però, non differiscono in alcun punto essenziale da quelli delle persone normali; anzi, forse non sono distinguibili affatto da questi ultimi. Sarebbe insensato rendere conto dei sogni dei nervosi in un modo che non fosse valido anche per i sogni delle persone normali. Dobbiamo quindi dire che la differenza fra nevrosi e salute vale solo per il giorno, non si protrae nella vita onirica. Siamo costretti a trasportare anche sulla persona sana una quantità di ipotesi che sorgono a proposito del nevrotico in base alla connessione tra i suoi sogni e i suoi sintomi. Non possiamo disconoscere che anche il sano possiede, nella sua vita psichica, ciò che di per sé e soltanto rende possibile sia la formazione dei sogni sia quella dei sintomi, e dobbiamo trarre la conclusione che anch'egli ha compiuto rimozioni, che spende una certa energia per mantenerle, che il suo sistema dell'inconscio cela impulsi rimossi e ancora investiti di energia, e che una parte della sua libido é sottratta alla disponibilità del suo Io. Anche il sano é quindi virtualmente un nevrotico, ma a quanto pare, l'unico sintomo che é capace di formare é il sogno; d'altronde, se si sottopone la sua vita vigile a un più acuto esame, si scopre - ciò che contraddice questa apparenza - che la sua presunta sanità é permeata di un'infinità di formazioni sintomatiche futili e prive d'importanza nella vita pratica. La differenza fra sanità nervosa e nevrosi si limita quindi al campo pratico e si determina a seconda del risultato, a seconda cioè che alla persona sia rimasto o meno un sufficiente grado di capacità di godere e di fare. Essa risale verosimilmente al rapporto relativo tra gli importi di energia rimasti liberi e quelli legati da rimozione, ed é di natura quantitativa, non qualitativa. Non occorre che vi faccia presente che questa scoperta giustifica teoricamente la convinzione che in linea di principio le nevrosi sono curabili, nonostante siano basate sulla disposizione costituzionale. Al fine di caratterizzare la sanità, questo é quanto possiamo inferire dalla costatata identità dei sogni nei sani e nei nevrotici. Per quanto riguarda il sogno stesso, ne consegue l'ulteriore deduzione che non possiamo scioglierlo dalle sue relazioni con i sintomi nevrotici, che non dobbiamo credere che la sua natura si esaurisca nella formula di una traduzione di pensieri in una forma arcaica d'espressione, e che dobbiamo supporre che esso ci mostri collocazioni libidiche e investimenti oggettuali effettivamente esistenti.

Stiamo per giungere alla fine. Forse siete delusi che sull'argomento della terapia psicoanalitica vi abbia parlato solo di teoria e non vi abbia detto nulla delle condizioni indispensabili per iniziare un trattamento, e dei risultati che si ottengono. Ometto apposta tutto questo: le condizioni, perché non intendo fornirvi un'istruzione pratica per l'esercizio della psicoanalisi, e i risultati, perché molteplici motivi mi trattengono dal farlo. Ho sottolineato all'inizio delle nostre conversazioni che in condizioni favorevoli noi otteniamo risultati di guarigione che non hanno nulla da invidiare ai più fortunati successi nel campo della terapia interna, e a questo proposito potrei ora aggiungere che tali risultati non sarebbero stati raggiunti con alcun altro procedimento. Se dicessi di più, mi attirerei il sospetto di fare della pubblicità per sopraffare lo schiamazzo dei denigratori. Contro gli psicoanalisti é stata pronunciata ripetutamente da parte di "colleghi" medici, anche in pubblici congressi, la minaccia di aprire gli occhi al pubblico dei sofferenti sul valore nullo di questo metodo di cura, facendo ricorso a una raccolta degli insuccessi dell'analisi e dei danni da essa arrecati. Ma, a prescindere dal carattere astioso e delatorio di questo provvedimento, una simile raccolta non servirebbe nemmeno a fornire gli elementi per un giudizio corretto sull'efficacia terapeutica dell'analisi. Come sapete, la terapia psicoanalitica é giovane; c'é voluto molto tempo prima che si sia potuta fissarne la tecnica e questo, inoltre, é potuto avvenire solo nel corso del lavoro e per merito di un'esperienza che andava crescendo continuamente. Poiché é difficile insegnarla, il medico principiante nella psicoanalisi, in misura superiore a qualsiasi altro specialista, é costretto a fare assegnamento sulla propria capacità di perfezionarsi; e i risultati dei suoi primi anni non permetteranno mai di giudicare l'efficacia della terapia analitica. Molti tentativi di trattamento fallirono agli albori dell'analisi perché intrapresi in relazione a casi che non si adattavano affatto al procedimento e che oggi noi escludiamo, avendo appurato quali siano le giuste indicazioni. Ma queste indicazioni sono anch'esse il frutto di successivi tentativi. A quei tempi non sapevamo a priori che la paranoia e la dementia praecox in forme pronunciate sono inaccessibili e avevamo ancora il diritto di provare il metodo su ogni sorta di affezioni. La maggior parte degli insuccessi di quei primi anni non si sono però verificati per colpa del medico o per scelta inadatta degli oggetti da analizzare, ma a causa di circostanze esterne sfavorevoli. Finora vi ho parlato solo delle resistenze interne, di quelle del paziente, che sono inevitabili e superabili. Le resistenze esterne che si oppongono all'analisi, quelle che nascono dalla situazione in cui si trova l'ammalato e dal suo ambiente, hanno uno scarso interesse teorico ma la massima importanza pratica. Il trattamento psicoanalitico é da paragonarsi a un intervento chirurgico e, come questo, richiede di essere intrapreso nelle condizioni che ne garantiscano al massimo il successo. Sapete quali misure precauzionali sia solito adottare il chirurgo: ambiente adatto, buona luce, assistenza, esclusione dei congiunti eccetera. Provate un po' a domandarvi quante di queste operazioni avrebbero buon esito se dovessero avere luogo alla presenza di tutti i membri della famiglia, che ficcassero il naso sul tavolo operatorio e a ogni taglio di bisturi si mettessero a strillare. Nei trattamenti psicoanalitici l'intrusione dei congiunti costituisce appunto un pericolo, un pericolo di quelli a cui non si sa come far fronte. Si é armati contro le resistenze interne del paziente, che si riconoscono necessarie, ma come ci si deve difendere contro simili resistenze esterne? I congiunti del paziente sono refrattari a ogni spiegazione, non si riesce a indurli a tenersi lontani dall'intera faccenda, e non si deve mai far causa comune con loro perché in questo caso si corre il pericolo di perdere la fiducia dell'ammalato che - del resto a ragione - esige che il suo uomo di fiducia prenda anche le sue parti. Chi ha un'idea delle discordie da cui sono spesso lacerate le famiglie, non può essere sorpreso, nemmeno come analista, di accorgersi che i parenti più prossimi del malato talvolta rivelano scarso interesse al fatto che il loro congiunto guarisca piuttosto che resti com'é. Dove, come tanto spesso avviene, la nevrosi é connessa con conflitti fra membri della famiglia, il parente sano non esita a lungo nella scelta tra il suo interesse e quello di far guarire l'ammalato. Dopotutto, non c'é da meravigliarsi se il marito non vede di buon occhio un trattamento nel quale, come ha ragione di presumere, verrà tirato in ballo l'elenco dei suoi peccati; non ce ne meravigliamo, ma certamente non possiamo farci alcun rimprovero se la nostra fatica rimane senza successo e viene interrotta prematuramente perché alla resistenza della moglie ammalata é venuta ad aggiungersi quella del marito. In effetti avevamo intrapreso qualcosa che, data la situazione, era inattuabile. Invece di dilungarmi su molti casi, ve ne racconterò uno solo, nel quale per ragioni di discrezione medica mi toccò fare la parte di chi ha la peggio. Presi in cura analitica - molti anni fa - una giovinetta che già da vario tempo, poiché sofferente d'angoscia, non poteva andare fuori per la strada e rimanere in casa da sola. Lentamente l'ammalata s'indusse a confessare che la sua fantasia era stata colpita da casuali osservazioni dei teneri rapporti esistenti fra sua madre e un agiato amico di famiglia. Fu però così malaccorta - o così raffinata - da far intuire alla madre ciò di cui si era parlato nell'analisi poiché cambiò il suo comportamento verso di lei, sostenendo di non voler essere protetta da nessun altro all'infuori di lei contro l'angoscia di stare sola, e sbarrandole angosciata la porta allorché voleva uscire di casa. La madre, in passato, era stata anch'essa molto nervosa, ma aveva ritrovato anni prima la salute in uno stabilimento idroterapico. Anzi in quello stabilimento aveva fatto la conoscenza dell'uomo con il quale aveva allacciato una relazione che la soddisfaceva in ogni senso. Sbigottita dalle appassionate esigenze della ragazza, la madre improvvisamente comprese che cosa significasse l'angoscia della figlia. Costei aveva fatto in modo di ammalarsi per tenere prigioniera la madre e toglierle la libertà di movimento necessaria a frequentare l'amante. Con rapida decisione, la madre mise fine alla dannosa cura. La ragazza fu portata in un istituto per malattie nervose e indicata per lunghi anni come una "povera vittima della psicoanalisi". Per tutto questo tempo mi perseguitarono le calunnie a causa del cattivo esito di questo trattamento. Mantenni il silenzio, perché mi credevo legato dal dovere della discrezione medica. Molto tempo dopo seppi da un collega, che aveva visitato quell'istituto e aveva visto la ragazza agoràfoba, che la relazione fra sua madre e il facoltoso amico di famiglia era di pubblico dominio e probabilmente aveva il consenso del marito e padre. A questo "segreto", dunque, era stato sacrificato il trattamento. Negli anni prima della guerra, quando l'affluenza di pazienti da molti paesi stranieri mi rendeva indipendente dal favore o sfavore della mia città natale, seguivo la regola di non prendere in cura alcun malato che non fosse "sui juris", cioè indipendente dagli altri nelle relazioni essenziali della vita. Tuttavia questo non può permetterselo ogni psicoanalista. Forse dal mio ammonimento a guardarsi dai congiunti traete la conclusione che, ai fini della psicoanalisi, si debbano portar via gli ammalati dalle loro famiglie, e occorra dunque limitare questa terapia ai degenti negli istituti per malattie nervose. In questo non posso essere d'accordo con voi: é assai più consigliabile che gli ammalati - purché non si trovino in una fase di grave esaurimento - durante il trattamento rimangano nelle condizioni che li obbligano ad affrontare i loro problemi via via che si presentano. Bisognerebbe che i congiunti non cancellassero questo vantaggio con il loro comportamento e non si opponessero in alcun modo, con atteggiamenti ostili, agli sforzi del medico: ma come pensate di poter influenzare questi fattori che ci restano inaccessibili? Vi renderete conto inoltre quanto sia importante, per le prospettive di riuscita di un trattamento, l'ambiente sociale e il livello culturale della famiglia dell'ammalato. Diciamo pure che tutto questo dà un quadro fosco dell'efficacia della psicoanalisi come terapia, anche se possiamo spiegare la grande maggioranza dei nostri insuccessi tenendo conto di questi elementi di disturbo esterni. Amici della psicoanalisi ci hanno quindi consigliato di rispondere alla raccolta degli insuccessi con una statistica dei successi, da noi redatta. Io non ho aderito a questo suggerimento. Ho messo in risalto che una statistica é priva di valore se le unità allineate le une accanto alle altre non sono sufficientemente omogenee, ed effettivamente i casi di malattia nevrotica che erano stati presi in cura erano troppo disparati sotto i più diversi aspetti. Oltre a ciò, il periodo di tempo cui era possibile riferirsi era troppo breve per giudicare la stabilità delle guarigioni. Molti casi, per di più, non potevano essere comunicati affatto. Riguardavano persone che avevano tenuta segreta sia la loro malattia sia il loro trattamento e la cui guarigione doveva essere tenuta ugualmente nascosta. Il più forte impedimento era costituito però dall'aver compreso che la gente, in fatto di terapia, si comporta in modo sommamente irrazionale, e quindi non si ha alcuna prospettiva di approdare a nulla con mezzi razionali. Un'innovazione terapeutica o viene accolta con travolgente entusiasmo, come ad esempio quando Koch presentò al pubblico la sua prima tubercolina contro la tubercolosi, o viene trattata con abissale diffidenza, come la vaccinazione antivaiolosa davvero provvidenziale di Jenner, che ha ancora oggi i suoi irriducibili avversari. Contro la psicoanalisi esisteva evidentemente un pregiudizio. Quando avevamo guarito un caso difficile, ci é capitato di sentirci dire: "Questa non é una prova, sarebbe guarito anche da solo in tutto questo tempo". Ma quando un'ammalata, che aveva attraversato già quattro cicli di depressione e di mania, in una pausa dopo la melanconia venne a sottoporsi al mio trattamento e tre settimane più tardi si trovò nuovamente all'inizio di una mania, non solo tutti i membri della famiglia, ma anche l'alta autorità medica chiamata a consulto manifestarono la convinzione che il nuovo accesso potesse essere solo la conseguenza dell'analisi tentata su di lei. Nulla si può contro i pregiudizi; lo vedete di nuovo oggi nei pregiudizi che ciascun gruppo dei popoli che sono in guerra ha sviluppato contro l'altro. La cosa più ragionevole é aspettare, e lasciare che il tempo si incarichi di logorarli. Un giorno i medesimi uomini la penseranno diversamente sulle medesime cose; perché non abbiano pensato così già in precedenza, resta un oscuro mistero. E' possibile che il pregiudizio contro la terapia analitica sia già adesso in declino. La costante diffusione delle teorie analitiche, il crescente numero di medici che praticano il trattamento analitico in parecchi paesi, sembrano testimoniarlo. Quando ero un giovane medico, mi trovai in mezzo a un uragano d'indignazione identico a questo sollevato dai medici che avversavano il trattamento fondato sulla suggestione ipnotica, trattamento che oggi viene contrapposto alla psicoanalisi da parte dei "moderati". Peraltro l'ipnotismo, come agente terapeutico, non ha mantenuto ciò che prometteva all'inizio; noi psicoanalisti possiamo dichiararci suoi legittimi eredi, e non dimentichiamo di quanti incoraggiamenti e chiarimenti teorici gli siamo debitori. I risultati dannosi attribuiti alla psicoanalisi si limitano essenzialmente a manifestazioni transitorie in cui i conflitti si fanno più intensi se l'analisi viene fatta inabilmente o viene interrotta a metà. Per parte vostra, avete udito una relazione completa di ciò che facciamo con l'ammalato e siete in grado di formarvi personalmente un giudizio se i nostri sforzi sono idonei a portare un danno duraturo. Abusare dell'analisi é possibile in diversi modi; soprattutto la traslazione é un mezzo pericoloso nelle mani di un medico poco coscienzioso. Ma nessun mezzo o procedimento medico é garantito dall'abuso: se un bisturi non taglia, non può nemmeno servire a guarire.

Eccomi ora giunto alla fine, Signore e Signori. Dico di più della solita frase di circostanza se confesso di essere dolorosamente consapevole dei molti difetti delle lezioni che vi ho tenuto. Mi dispiace soprattutto avervi così spesso promesso di ritornare su un tema brevemente accennato, mentre il contesto non mi ha poi consentito di mantenere la parola data. Mi sono accinto a riferirvi una tematica ancora incompiuta, ancora in corso di sviluppo, e il mio stringato sommario é diventato a sua volta incompleto. In alcuni punti ho predisposto il materiale per una conclusione che poi io stesso non ho tratto. Ma non potevo pretendere di fare di voi degli esperti: volevo soltanto esservi di chiarimento e di stimolo.

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